Jared Kushner, inviato per il Medio Oriente legato all'ex presidente statunitense Donald Trump, ha svolto colloqui prolungati con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme nel tentativo di rivitalizzare un piano di pace per la Striscia di Gaza sostenuto dagli Stati Uniti. L'incontro, confermato dall'ufficio del premier e riferito in esclusiva dalla BBC, arriva pochi giorni dopo che Kushner aveva tenuto un raro round di contatti diretti con dirigenti di Hamas in Egitto.
Secondo la comunicazione ufficiale della premieria israeliana, la discussione con la delegazione del cosiddetto Board of Peace — organismo legato all'iniziativa promossa da Trump che aggrega mediatori internazionali — è stata «profonda e costruttiva». Da quell'incontro sono scaturiti due impegni concreti: la creazione di due gruppi di lavoro, uno dedicato al disarmo e alla smilitarizzazione di Gaza e l'altro alle questioni igienico-sanitarie, come acqua potabile e sistemi fognari, ritenute cruciali per la popolazione della Striscia e per la sicurezza sanitaria anche in Israele.
Nel dettaglio, Gerusalemme ha ribadito una condizione rigorosa: nessuna ricostruzione su larga scala di Gaza dovrebbe iniziare prima che Hamas sia completamente disarmato. Questa posizione riflette una delle questioni più controverse e decisive del negoziato. Hamas, secondo la versione resa nota al termine dei colloqui in Egitto, ha accettato l'idea di consegnare le armi in cambio di un ritiro israeliano graduale; Israele però insiste che le armi consegnate non debbano essere conservate da un organismo palestinese ma distrutte, per evitare che possano essere recuperate in futuro.
La presidenza israeliana ha anche precisato che il secondo gruppo di lavoro sarà incaricato di affrontare problemi pratici e urgenti che incidono direttamente sulla vita quotidiana dei civili a Gaza: acqua pulita, servizi igienico-sanitari e salute pubblica. Questi aspetti sono stati messi in luce come prioritari anche per motivi di sicurezza regionale, dato l'elevato rischio di epidemie e il possibile impatto sull'area confinante di Israele.
Il viaggio e i colloqui di Kushner hanno incluso una tappa al Cairo, dove il suo incontro con Khalil al-Hayya, considerato tra i leader di Hamas nella nuova leadership dopo gli eventi dell'anno precedente, è stato definito dal movimento come un elemento che potrebbe spingere i mediatori e il Board of Peace a «costringere» Israele ad accettare la roadmap proposta. Hamas ha così mostrato disponibilità negoziale, ma la natura di questo impegno — tempi, forme di demilitarizzazione e garanzie — rimane ancora da definire con precisione.
Dal punto di vista israeliano, l'ostacolo maggiore rimane la verifica e la garanzia dell'effettivo disarmo. Vi sono forti resistenze sul coinvolgimento di attori esterni come Turchia e Qatar nel controllo del rispetto dell'accordo, così come il rifiuto di Israele che un eventuale comitato tecnico palestinese venga considerato custode di armi rese in un eventuale accordo. Il tema è sensibile anche all'interno della coalizione di governo israeliana, dove forze di destra e personalità come il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir sostengono posizioni molto dure verso Gaza.
La posta in gioco politica è alta per Netanyahu, che si trova a guidare un esecutivo fragilizzato e a competitività elettorale in vista delle elezioni anticipate. Secondo la ricostruzione dei media internazionali, il premier ha mostrato una certa disponibilità al confronto con la delegazione internazionale, ma il suo consenso interno e le pressioni della coalizione rendono una concessione politica difficile. Alcuni esponenti della destra israeliana hanno invocato misure drastiche di sicurezza e persino operazioni mirate notturne nella Striscia, posizioni che complicano ulteriormente ogni negoziato.
Nel frattempo, Kushner avrebbe ricevuto anche il sostegno e il coinvolgimento di altri inviati del Board of Peace, tra cui l'ex primo ministro britannico Tony Blair e l'inviato Nickolay Mladenov, già attivo nelle mediazioni per Gaza. La partecipazione di altre diplomazie quali Egitto, Qatar e Turchia ai colloqui in Egitto indica la volontà di un coordinamento multilaterale, benché i ruoli e le garanzie che questi Paesi potrebbero offrire nel processo di smilitarizzazione rimangano elementi di trattativa delicati.
In un commento telefonico riportato dalla stampa statunitense, Donald Trump ha affermato che Hamas «sta consegnando le proprie armi» e ha criticato le operazioni militari israeliane nella Striscia; il contenuto di questa dichiarazione non è stato ulteriormente dettagliato dalle fonti disponibili. È tuttavia chiaro che la disponibilità di una figura politica con influenza internazionale come Trump e il suo team può imprimere un'accelerazione mediatica e diplomatica al processo, ma non toglie l'esigenza di solide garanzie tecniche sul disarmo e sui meccanismi di controllo.
Tra gli elementi non ancora chiariti vi sono le tempistiche esatte di qualsiasi ritiro delle forze israeliane, i meccanismi di verifica del disarmo, il destino delle armi sequestrate e l'eventuale partecipazione di attori regionali al monitoraggio. Inoltre, non è stato reso noto come verrebbero tutelati i diritti e la governance nella Striscia dopo una transizione, né quale forma di amministrazione palestinese verrebbe insediata in vista della ricostruzione.
La natura unica della fonte principale disponibile per questa ricostruzione — un reportage della BBC che ha raccolto i comunicati ufficiali e le versioni dei partecipanti — impone cautela nel delineare certezze. I dettagli esclusivi sui colloqui con Hamas e sugli impegni presi emergono in gran parte da quell'unica copertura giornalistica, e alcuni aspetti rimangono quindi da verificare attraverso ulteriori conferme ufficiali e dichiarazioni delle parti coinvolte.
Quel che appare comunque certo è che l'azione diplomatica si concentra ora su due fronti paralleli: ottenere impegni concreti e verificabili sul disarmo di Hamas e avviare progetti immediati di assistenza e servizi pubblici per alleviare la crisi umanitaria a Gaza. Se questi due binari non verranno gestiti in parallelo e con garanzie internazionali accettabili per tutte le parti, l'accordo rischia di restare sulla carta. E la popolazione civile, la cui condizione è gravemente compromessa dopo anni di conflitto, resta la principale interessata dagli esiti pratici di questi negoziati.