Donald Trump ha minacciato di «bombardare l’Oman» qualora il sultanato cercasse di ostacolare un accordo americano con l’Iran sul controllo del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. La frase, resa pubblica da corrispondenti internazionali e riportata da testate come Financial Times, BBC, Washington Post e South China Morning Post, è stata pronunciata in risposta a una domanda sulla mediazione in corso tra Teheran e Muscat.
Secondo le ricostruzioni diffuse, il presidente statunitense si è riferito, parlando con un giornalista di Fox News, a colloqui avviati da settimane tra funzionari omaniti e iraniani per definire un regime provvisorio di navigazione nello stretto, strategico corridoio marittimo attraverso il quale transita una quota significativa del commercio petrolifero globale. «If Oman gets in the way, we'll bomb the s*** out of them», la citazione che le principali agenzie hanno riprodotto, attribuita al dialogo tra Trump e il giornalista Trey Yingst.
La dichiarazione arriva in un momento di alta tensione: la tregua di 60 giorni concordata tra Stati Uniti e Iran sta per scadere, senza che sia stato raggiunto un accordo definitivo, e il traffico nello Stretto di Hormuz è calato fino a livelli record, segnalano fonti economiche e militari. Il timore degli operatori marittimi e delle compagnie di assicurazione è quello di un aumento dei sequestri, di attacchi a navi-cisterna o di un allargamento del conflitto che potrebbe ridisegnare le rotte del petrolio e innalzare i costi di trasporto.
Il ruolo dell’Oman è da tempo centrale in qualsiasi tentativo di de-escalation nella regione. Muscat ha mantenuto canali di comunicazione con Teheran che altri Paesi del Golfo raramente hanno privilegiato, proponendosi come facilitatore neutrale per intese pratiche sul passaggio delle navi. I funzionari iraniani hanno confermato alle agenzie che i colloqui con l’Oman sono proseguiti e che i due Paesi lavoravano a una dichiarazione congiunta su disposizioni per il transito.
Alla luce delle dichiarazioni attribuite a Trump, la prospettiva di una frattura tra Washington e un alleato del Golfo suscita questioni immediate di politica estera. L’Oman, pur avendo rapporti con gli Stati Uniti, non è parte delle alleanze militari più strette del Golfo ed è tradizionalmente restato neutrale o distaccato in molte delle crisi regionali; una minaccia diretta contro Muscat rischierebbe di isolare ulteriormente Washington presso quei governi che vedono nella mediazione omanita un canale utile per evitare l’escalation.
Fonti diplomatiche e analisti consultati dalle testate internazionali sottolineano come una simile retorica possa erodere la fiducia nei negoziati: se gli interlocutori percepiscono che Stati Uniti e Iran conducono trattative parallele e potenzialmente confliggenti, la probabilità di un’intesa tecnica sul transito si riduce. Lo Stretto di Hormuz, largo meno di 60 chilometri in alcuni punti, è infatti un tratto in cui norme pratiche e meccanismi di monitoraggio congiunti sono spesso necessari per garantire la sicurezza delle navi mercantili.
Oltre all’impatto diplomatico, ci sono già conseguenze economiche osservabili. Secondo reportage che citano dati del settore, il traffico mercantile si è ridotto e le tariffe di noleggio e le polizze assicurative per le rotte nella regione sono aumentate. Mercati e compagnie energetiche tengono d’occhio qualsiasi segnale di escalation perché una chiusura prolungata dello stretto comprimerebbe l’offerta globale di greggio e favorirebbe un aumento dei prezzi.
Le reazioni ufficiali da Muscat, nelle prime ore successive alla diffusione della minaccia, non sono state riportate in modo esteso. I governi che mantengono canali con l’Oman potrebbero tuttavia essere chiamati a esercitare pressioni diplomatiche per ridurre la tensione. Dalla parte iraniana, fonti ufficiali hanno riferito dell’avanzamento dei colloqui con l’Oman senza entrare nel merito delle parole del presidente degli Stati Uniti, concentrandosi sulla necessità di preservare la navigazione e gli interessi regionali.
Nel mondo politico statunitense la frase ha suscitato un dibattito sulle modalità di comunicazione presidenziale e sulle implicazioni per le relazioni con i partner tradizionali. Parlamentari e commentatori hanno registrato preoccupazione per un linguaggio che potrebbe compromettere alleanze già fragili e complicare le operazioni militari congiunte nell’area, dove sono in corso da mesi dispiegamenti e pattugliamenti volti a proteggere le rotte commerciali.
Restano punti non del tutto chiariti: le circostanze precise in cui è stata pronunciata la frase, la eventuale presenza di registrazioni pubbliche e la posizione ufficiale dell’amministrazione statunitense nelle ore successive. Le testate che hanno riportato la minaccia hanno incrociato dichiarazioni e resoconti, ma non tutte le agenzie hanno accesso alle stesse tracce dirette dell’intervista o della scena in cui Trump parlò.
Quel che appare certo è che, anche se la minaccia fosse stata espressa in tono iperbolico o goliardico, la sua pubblicizzazione in un contesto di negoziati delicati alimenta il rischio di una reazione diplomatica negativa e di un deterioramento delle condizioni di sicurezza marittima nel Golfo. In una regione dove ogni parola dei leader può avere effetti immediati su rotte commerciali, mercati e alleanze, il peso di una frase così esplicita non è facilmente quantificabile.
I prossimi giorni saranno dunque cruciali per capire se la retorica si tradurrà in effetti pratici: se il 60° giorno della tregua fra Washington e Teheran passerà senza un accordo esteso, se Muscat e Teheran firmeranno una dichiarazione tecnica sul transito marittimo e come reagiranno gli altri Paesi del Golfo e i partner occidentali. Intanto, società di navigazione, compagnie petrolifere e analisti geopolitici continueranno a monitorare con attenzione ogni sviluppo, consapevoli che lo Stretto di Hormuz resta uno snodo strategico dalla vulnerabilità elevata e dalle conseguenze globali.